Il valore del dolore

Il valore del dolore

Il buio. Il freddo. Un treno che arriva a destinazione.

Ogni elemento è congelato. Lo stridio dei freni del treno che strusciano sulle rotaie di ferro, fredde anch’esse.

Persone, anime accalcate, si riversano da quei vagoni silenziose. Nessuno ha la forza di parlare. Nessuno ha coraggio. Tutto è congelato. Anche le anime.

Gente che capisce di aver perso tutto. E non mi riferisco al materiale. Hanno perso loro stessi, i loro diritti, le loro dignità e come neve indistinta si riversano sul suolo e vanno dritti verso la loro fine.

Delle voci potenti rompono il silenzio. Contano, chiamano per nome ogni elemento di quella massa di anime, li dividono: tu di qua, tu di là. Tu vivo, tu morto. Con estrema freddezza interrompono vite. Interrompono sogni. Ed è così che quel gruppo di anime si trasforma in due gruppi: uno di carne pronta a scomparire e uno di fantasmi in attesa di morire.

Qualcuno ancora spera. Prega. Crede in un futuro migliore.

Altri ormai rassegnati, affrontano questa marcia verso la morte ed entrano in quel cancello freddo, di metallo con su scritto “il lavoro rende liberi”. Liberi… che parola. Verso che libertà si stavano trascinando queste anime? Avrebbero lavorato, sofferto, sarebbero stati distrutti fino all’osso; mentalmente e fisicamente e allora sarebbero stati liberi. La morte li avrebbe liberati da ciò che la loro vita era diventata.

Soldati vestiti di odio ma soprattutto di paura eseguono gli ordini dello stato. Decidono per le vite di quelle anime. Uccidono. Feriscono. Annullano. Abusano. Pongono fine alle singole identità. Incidono numeri sui corpi di quelle anime.

L’olocausto ha causato la morte di più di 16 milioni di persone. Ha interrotto le loro vite. Ha cancellato ogni loro sogno.

Siamo sempre stati abituati, giustamente, a ricordare il dolore di chi ha sofferto queste atrocità.

Non furono segnate solo le esistenze di chi ha sperimentato i lager ma anche quelle delle loro famiglie che ancora oggi portano avanti questo dolore e raccontano alle nuove generazioni ciò che i loro cari hanno dovuto affrontare.

Con il monito di non lasciare mai che niente di simile succeda di nuovo. Personalmente non ho mai dato importanza all’altra faccia della medaglia. Cosa provano i discendenti di quei soldati vestiti d’odio e paura? E’ possibile che essi condividano in parte il dolore che provano le famiglie delle anime private di dignità?

Immaginare il fardello, il senso di colpa che si portano dietro queste persone consapevoli del male che i propri genitori o i propri nonni hanno causato all’umanità mi risulta difficile. Sono nati dopo che tutto questo fosse successo eppure si sentono colpevoli dell’abominio prodotto dai loro cari. Crescere con un padre amorevole, provare amore per lui e poi scoprire che ha commesso un tale crimine contro l’umanità intera deve essere devastante.

Come i loro cari hanno privato quelle povere anime di ogni dignità, i discendenti di quest’odio dovrebbero riuscire a conservare la propria dignità. Loro non sono quell’odio. Non è colpa loro. Il ragionamento mi sorge spontaneo.

Quante sono state davvero le Vittime dell’olocausto? Ho già citato i milioni di morti ma secondo me ogni discendente di quell’abominio è considerabile vittima. E mi riferisco ad ogni fazione della guerra. I discendenti dei cuori di ghiaccio e quelli delle anime vuote. Ognuno porta dentro di sé un dolore che non dovrebbe essere giudicato o vanificato ma solo rispettato.

 

Nicole Braga

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